


Il materiale, con cui ho eseguito svariati lavori nel tempo, è un elemento molto femminile e intimo, che denota – dopo lunghe negazioni – l’accettazione della mia condizione di femmina: i collant da donna. Ho voluto portare le smagliature che si producono accidentalmente sulle calze alle loro estreme conclusioni, ricavandone una superficie ricamata ed effimera, dei merletti radi e fragili, delle architetture improbabili. Ho operato una decostruzione del materiale in modo da produrne una trama che prima non si intravedeva, in modo da rivelarne l’ordito strutturale. Nella decostruzione la calza ha rivelato un aspetto che prima non aveva, un look astratto, costituito da linee perpendicolari che si intersecano secondo uno schema casuale. Ho “congelato” la materia così ottenuta su un supporto trasparente che ne lasciasse intatta la fragile sostanza. Smagliatura designa qualcosa che sta cedendo dalla propria condizione originaria di integrità. Nella smagliatura si rende palese la struttura interna all’oggetto, ne viene rivelata l’anima per così dire. Si tratta di un processo di denudamento. In questo risiede una verità, una originalità. Scarnificare, sottrarre, rivelare sono azioni di chi va in profondità, sono azioni profonde. Alcune calze smagliate sono state utilizzate anche come schermo, per esempio nel caso della parte superiore del “Me-tot”. Già dai tempi dell’accademia avevo inserito delle piccole calze smagliate in varie scatole, in modo che la luce naturale o artificiale ne riportasse l’ombra sul fondo; le avevo intitolate “Ombre tascabili”. La prima produzione è stata rigorosamente nera, come per annullare la generalità o personalità iniziale della calza e darle una nuova identità, in seguito ho aggiunto dei piccoli interventi colorati (rigorosamente colori primari). Ho anche eseguito alcuni pezzi dipinti di bianco e appesi direttamente sul muro bianco, a creare uno scheletro sottile, inconsistente, etereo. Il mio bisogno di decostruire, di arrivare all’essenza è un retaggio dell’infanzia, quando mi piaceva smontare gli oggetti per rivelarne il funzionamento interno, l’anima per così dire. Tale bisogno, inizialmente nato dalla curiosità, si è in seguito adeguato al mio sentire, all’atteggiamento autodistruttivo nei confronti della mia vita, all’annullamento della mia stessa personalità. Questo a causa dell’ambiente familiare particolarmente anaffettivo e punitivo in cui vivevo. Con l’inizio della mia “rivoluzione umana” attivata dalla pratica buddista, il fare arte è diventata un’esplorazione ben più consapevole, intima e profonda della mia vita.


Le calze smagliate in qualche modo precorrono il percorso interiore che ho compiuto con il buddismo, che attraverso una decostruzione completa di me stessa mi ha permesso di arrivare a una essenza su cui poi edificare le fondamenta della mia vita. I radi fili orizzontali e verticali rimasti dopo la decostruzione della calza rappresentano infatti una struttura minimale e primaria su cui poi poter costruire un ritmo, un battito, una cadenza. La mia femminilità - che avevo disprezzato tanto da negarla emblematicamente nella mia vita stessa - si è rivelata più potente del mio impulso annientatore, concretizzandosi in una visione creativa della femminilità come capacità di andare in profondità e di accogliere (in questo caso la smagliatura accidentale all’interno del processo creativo). Le cause e condizioni che hanno portato alla creazione dell’opera sono da una parte la fascinazione che mi hanno sempre procurato le smagliature delle calze in quanto segni di “imperfezione”, cedimenti strutturali che mi riportano all’imperfezione e ai limiti dell’essere umano in quanto tale. Dall’altra il lavorare proprio sulle imperfezioni (il decostruire) mi porta a erigere delle trame fantastiche che hanno una loro propria fragilità e bellezza. Come a dire che dal veleno delle imperfezioni si può trarre la medicina del significato nascosto (dietro a ogni sofferenza).


Le calze smagliate mi hanno accompagnato nel mio percorso per un lungo periodo. Il loro contenuto per così dire è la fragilità, l’impermanenza di tutte le cose a questo mondo. Proprio in tale fragilità e impermanenza si trova il significato dell’esistere. Ciò che vi è di transitorio nelle opere con le calze smagliate è la forma di ciascuna smagliatura, in sé unica e irripetibile come ogni essere vivente. Ciò che vi è invece di originale è il trattare ogni smagliatura come un intreccio dotato di senso e vita propria. La smagliatura ha assunto per me un significato simbolico importante. Prima di tutto di imperfezione come condizione esistenziale necessaria a costruire qualcosa di valore (dalla melma nascono i candidi fiori di loto, simboli di purezza – dalle sofferenze nasce il riscatto e la missione). In secondo luogo, di architettura casuale e naturale, senza progetto o intenzionalità e tuttavia ricca di evocazioni.