Prefazione
Fin da piccolissima imparai a trascorrere da sola parecchiotempo, mettendomi in relazione con gli oggetti che trovavo attorno a me. Sono pervenuta – per via della famiglia emotivamente disastrata nella quale mi sono trovata a vivere e delle relazioni difficili con gli altri esseri umani verso i quali mi sentivo un’aliena – a investire gli oggetti di una vita interiore che non percepivo negli umani. Amavo gli oggetti, ne apprezzavo le forme, i colori, la consistenza, il funzionamento. Mi piaceva la manierasemplice e pura con la quale esistevano, molto differente dalle grettezze, dalle meschinità, dall’arroganza che scorgevo nelle persone. Ovviamente da piccola non ero cosciente di tutto ciò, nondimeno preferivo rapportarmi con gli oggetti e con gli animali piuttosto che con gli umani, o per dire la verità con me stessa. Mi trovavo perfettamente a mio agio nel mondo cosiddetto “insenziente”.
Durante tutti i sessantatré anni della mia esistenza presente, il mio passaggio in questo mondo è stato contrassegnato dall’incontro pieno di significati con gli oggetti e con gli animali. Entrambi i tipi di relazione sono stati sempre caratterizzati dal rispetto e dalla crescita personale, tanto che, da vegetariana che ero fin dalla nascita, sono arrivata a diventare completamente vegana e buddista. Gli incontri con gli umani invece sono stati sempre disastrosi, all’insegna del disprezzo, della negazione, dell’indifferenza emotiva. Probabilmente, se le mie relazioni umane fossero state sane, piene, profonde e non mi avessero reso intimamente infelice e sofferente, non avrei cercato negli oggetti e negli animali ciò che con gli umani mi è sempre stato negato; non avrei investito tanto negli oggetti e negli animali e ora il mondo avrebbe un’artista e una gattara in meno…
Fu all’età di quindici anni – epoca in cui rimasi per un anno da sola in montagna - che presi per la prima volta contatto con la mia interiorità e feci i miei primi disegni spontaneamente, senza esservi obbligata dalle pressioni scolastiche. Si trattava di opere visionarie in cui l’atmosfera era predominane, in cui l’essere umano era assente del tutto oppure costretto a ruolialienanti o passivi. Furono questi primi disegni istintivi che colpirono mio padre e lo fecero decidere - anni dopo - a propormi l’iscrizione all’accademia di belle arti.
In accademia iniziò la consapevolezza che quello che creavo per diletto, come liberazione emotiva dalle frustrazioni della famigliae come maniera per mantenere un contatto profondo con me stessa,fosse arte. Cominciai a prendere sul serio il mio impulso creativo e a investire sempre più tempo ed energie a scoprire la vita segreta degli oggetti che tanto mi attiravano e compensavano il mio malessere esistenziale. Cominciai a produrre quelli che battezzai “Oggetti Emancipati”, che si svincolano dal ruolo in cui sono stati da sempre relegati per rivendicare la loro vera esistenza, un po’ come la mia vita anelava a emanciparsi dalla dipendenza affettiva dai genitori e rivelare il vero io, fino ad allora celato anche a me stessa.
L’incontro con le opere di Marcel Duchamp fu fondamentale per convincermi che l’opera d’arte può coinvolgere ben altro che la sola vista: l’intera vita nella sua ampiezza e profondità può entrare nel fare arte e nel fruirne come spettatore – la realtà emotiva, psicologica, spirituale, culturale, razionale. Il mio interesse per gli oggetti trovò una conferma e nuova linfa nell’osservare come Duchamp avesse fatto entrare la vita nell’opera d’arte e l’opera d’arte nella vita. Così continuai la produzione di “Oggetti Emancipati” nel corso degli anni, produzione sempre alquantolimitata e diluita nel tempo: come per Duchamp i “readymades” erano una sorta di appuntamento con il caso, così per me gli “oggetti emancipati” erano incontri “casuali”(ma nulla accade per caso) e “spirituali” con la vita degli oggetti: non potevo ricercarli, pianificarli, pensarli prima – si presentavano quando la mia condizione vitale era sufficientemente aperta da cogliere i segnali che mi presentavano e da “incoraggiarli” a prendere forma, a manifestarsi nel mondo.In questo senso trovo sempre estremamente difficile eseguire opere su commissione o entro un limite temporale.
Il tema ricorrente nelle mie descrizioni degli oggetti – e in realtà nel mio fare arte in genere – è “divertente”. È significativo che il divertimento sia un elemento importante, in effetti fare arte alleggerisce la mia vita: ogni opera è un volo pindarico in cui oggetti e uomini, insenziente e senziente si incontrano sul tavolo di dissezione della mia mente e del mio cuore. Gli oggetti vengono investiti di emozioni umane, cercano l’emancipazione, non ce la fanno più a restare schiacciati dalle proprie funzioni usuali, così come Valentina non ce la fa a rientrare negli schemi proposti dal sistema (e qui si rivela la mia natura profondamente sovversiva). A ben vedere si tratta di un alleggerimento della retribuzione karmica degli oggetti: essi si svincolano finalmente dalla propria vita piatta e “normale”, priva di emozioni, chiusa e si aprono a nuove avventure. Il divertimento connesso al mio fare arte, oltre a un alleggerimento della vita degli oggetti, costituisce anche un accrescimento dello stato vitale del creatore e, spero, del fruitore. Le preoccupazioni, le sofferenze, i problemi del passato e della vita quotidiana assumono nel fare arte un peso meno ingombrante, vengono posti in relazione con la vita in senso molto più ampio ed eterno. Nelmomento in cui creo, sono fondamentalmente e assolutamente assorbita nel presente, con tutte le mie esperienze passate e le mie aspirazioni per il futuro.
A pensarci bene, l’emancipazione che offro agli oggetti riflette una profonda fede del rispetto e della dignità di tutti gli esseri che è alla basedell’atteggiamento buddista nei confronti della vita. Il dialogo che si instaura tra creatore e oggetto è produttivo per entrambi: l’oggetto ne riceve ascolto, rispetto, dignità, comprensione, incoraggiamento, supporto (quanto non ho mai ricevuto nella mia famiglia di origine) e il creatore ne riceve energia, stimoli, empatia, spiritualità, apertura di prospettive… Si può indubbiamente dire che il mio fare arte è connesso in maniera profonda e imprescindibile con l’anaffettività della mia famiglia disfunzionale. Ricerco negli oggetti finalmente un rapporto sano, un’interazione creativa, feconda, fertile, aperta, alla pari.Sono del tutto convinta che anche gli oggetti hanno un’anima, dei desideri, delle aspirazioni. Anche gli oggetti comunicano. Non verbalmente, certo (se si eccettua il “Termologo”), eppure comunicano. Essere il portavoce degli oggetti è la mia missione. Dare loro voce, ascolto, attenzione è il mio compito in questa vita. Entrare nel mondo degli oggetti, sentire dove tendono, dove desiderano esistere significa riconoscere che gli oggetti sono desideranti. Possiedono un’anima, tendono ad “accoppiarsi” e a essere fecondi: danno alla luce una genìa di pura energia, producono salti mentali. Una volta affrancati dalla loro esistenza ordinaria, gli oggetti possiedono la potenzialità di accogliere nuovi e molteplici significati, di diventare “buoni conduttori di linguaggio”.
Nel corso degli anni la mia motivazione fondamentale per fare arte si è trasformata notevolmente. All’inizio era una maniera per non soccombere alle frustrazioni derivate dalla famiglia e alla pulsione all’autodistruzione che mi spingeva a fumare, drogarmi, assumere alcolicipur di non sentire e di non affrontare la mia sofferenza. Era l’unico contatto che bene o male mantenevo con la parte più profonda di me stessa e al medesimo tempo rappresentava la mia difesa contro il mondo crudele che mi circondava. In seguito, parallelamente alla rivoluzione umana su me stessa che stavo facendo attraverso la pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin, il fare arte è diventato un’espressione delle mie conquiste interiori: forza, coraggio, capacità di trasformazionedella sofferenza in occasione di crescita, consapevolezza, speranza, saggezza e accettazione profonda di me stessa e della vita.
Il monaco buddista Nichiren Daishonin scrive nel 1265: “I nomi hanno grande importanza in tutte le cose (…), i nomi comunicano la natura propria di una cosa mentre le frasi descrivono come essa differisca da altre cose (…). I nomi hanno la virtù di richiamare le cose a cui si riferiscono e, a loro volta, le cose hanno funzioni che si accordano al loro nome.” (Conversazione fra un santo e un uomo non illuminato, Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, pag. 118). La scelta del titolo per ogni opera ha costituito in effetti una ricerca di pari importanza a quella sugli oggetti, ha richiesto spesso una riflessione accurata. Non solo i titoli esprimono l’essenza dell’opera, ma hanno anche il potere di ampliarne e moltiplicarne i livelli di lettura, fornendo materiale combustibile al fuoco dei significati dell’opera, determinando uno scarto di livello – uno sgambetto – un ampliamento della significazione. Proprio dallo scarto può prendere inizio il racconto che lega gli oggetti all’osservatore: la traccia della macchinazione…
La mia ricerca artistica è, a ben vedere, un lungo percorso emotivo/spirituale interiore disseminato di opere il cui valore è per me del tutto personale, al di fuori del business del mondo dell’arte. Solo per pochi intimi che conoscono me e la mia storia questi oggetti “significano” qualcosa; proprio perché sono oggetti intimi, legati a esperienze di vita personali, questi oggetti difficilmente possono avere un mercato. Rimangono come frammenti della mia grande battaglia per vincere sulla negazione schiacciante che ho subito, sulle persone che l’hanno perpetrata; frammenti della mia stessa emancipazione progressiva da oggetto di violenza emotiva a soggetto che sceglie e trasforma.
Accorpare tutte le mie opere in un unico corpo, poter vedere i miei oggetti tutti insieme è un’esperienza che mi dà l’idea del lavoro che ho compiuto nella mia vita attraverso la creatività, è qualcosa di concreto e necessario per tirare le fila, un modo per constatare che ho fatto qualcosa di importante e di valore in questa esistenza. È divertente pubblicare le mie opere che nessuno ha mai voluto esporre: in fondo si tratta di una vera e propria “mostra”, ma senza il business alle spalle…
Intendo fare in questo libro un’analisi delle mie stesse opere alla luce della trasformazione interiore straordinaria che ho compiuto attraverso la pratica buddista. I quattro criteri che ho utilizzato per interpretare le mie opere sono:
- analizzare le cause e le condizioni che hanno portato alla creazione;
- analizzare l’opera secondo il contenuto e la cronologia;
- analizzare l’opera separando ciò che è transitorio da ciò che è originale;
- meditare sulla verità dell’opera nella mia vita.
Osservare le mie opere dal punto di vista buddista ha il potere di aprireuniversi: posto che anche gli esseri insenzienti sono portatori di karma, ogni opera rappresenta una relazione tra il mio karma individuale e quello degli oggetti che compongono l’opera. In questa ottica ogni opera è insondabile quanto il karma accumulato nel passato da ciascuno. Le cause poste nel passato restano conoscibili solo attraverso il loro effetto nel presente. In questo senso le cause poste nel passato dai miei oggetti sono tali da permettere loro di emanciparsi in questa esistenza, cioè di trasformare il proprio karma di esseri insenzienti per raggiungere uno stato di esistenza che li metta in grado di funzionare da motori per lo spirito umano. Da una parte assumono su di sé la responsabilità di trasformare la mente, il cuore e lo spirito del fruitore o osservatore, dall’altra sono agenti della trasformazione interiore del creatore. Il creatore ha quindi il compito di un veggente: aprire la propria mente/cuore per essere in grado di vedere le potenzialità inerenti agli oggetti, la loro energia latente per così dire. Ha altresì il compito di compiere la propria “rivoluzione umana”, cioè di andare oltre ai propri limiti e trasformare le proprie tendenze negative, la propria sofferenza e il proprio karma.
Secondo il Buddismo anche l’atto creativo - come ogni altro fenomeno dell’universo, necessita di dieci fattori per costituirsi:
1. aspetto, ovvero ciò che può essere percepito o distinto dall’esterno, l’esteriorità; nel caso dell’opera d’arte è costituito dall’aspetto fisico dell’oggetto finale e degli oggetti che la compongono;
2.natura, ovvero le qualità interiori che non possono essere percepite dall’esterno, gli aspetti spirituali della vita come mente e coscienza; nel caso dell’opera è la capacità del creatore di percepire nell’oggetto per empatia delle qualità emotive o spirituali analoghe a quelle esperite dal creatore stesso;
3.entità, ovvero la qualità che si manifesta sia come aspetto esterno e sia come natura interna, ma non è di per sé né l’una né l’altra; entità è ciò che una persona è, la sua unicità e peculiarità che si manifesta sia nel suo aspetto fisico visibile che nei pensieri e nelle emozioni invisibili; nel caso dell’opera è l’insieme di aspetto fisico e qualità interiori che l’autore percepisce nell’oggetto e che si manifestano poi nell’opera;
4.potere, ovvero la forza interiore di cui la vita è dotata, la capacità della vita di vivere, cioè di agire; vale a dire lo stato vitale di cui l’oggetto è dotato, e che determina il suo “desiderio” e la sua “capacità” di emanciparsi;
5.azione, ovvero la manifestazione concreta e visibile del potere; si esplica in pensieri, parole e azioni propriamente dette; l’azione nell’opera è l’atto di emanciparsi stesso da parte dell’oggetto, il suo riposizionarsi nel mondo.
6.causa interna: ogni causa posta nel passato che crea karma, cioè tendenza poiché crea simultaneamente un effetto latente che resta tale finché una causa esterna appropriata non si presenta; le cause interne presenti tanto nel creatore che nell’oggetto sono in gran parte inconoscibili, tuttavia producono istantaneamente effetti latenti (anch’essi inconoscibili finché non si manifestano) corrispondenti.
7.causa esterna: l’influenza esterna che attiva la causa interna in una risposta che manifesta l’effetto latente creato dalla causa interna, connettendo la vita alle influenze esterne; nell’atto artistico rappresenta l’occasione propizia che fa incontrare creatore e oggetto in quella particolare circostanza, cosa che produrrà l’effetto manifesto costituito dall’opera.
8.effetto latente: effetto creato simultaneamente alla causa interna e quindi direzione futura della nostra vita considerata in questo preciso istante; è il germe contenuto sia nell’oggetto che nel creatore che resta nascosto in attesa delle condizioni favorevoli per germogliare e manifestarsi.
9.effetto manifesto: reazione visibile alla causa interna e all’effetto latente; è l’opera d’arte stessa.
10.Infine, l’ultimo fattore è la coerenza dall’inizio alla fine, il fattore finale che integra e unisce gli altri nove e che determina da una parte la sensazione che l’opera a un certo punto dell’atto creativo possa definirsi conclusa e dall’altra il valore dell’opera stessa per il fruitore.
Si può facilmente immaginare come, cambiando uno qualsiasi dei dieci fattori tanto del creatore che degli oggetti che compongono l’opera, il risultato o effetto manifesto sarà differente. Si può altresì comprendere come ogni opera sia un’unica e irripetibile cristallizzazione del karma del creatore e dell’oggetto. Gli oggetti insomma trovano nel creatore un veicolo propizio per emanciparsi, trasformare il proprio karma insieme a quello del creatore. In effetti, bisognerebbe trovare un altro termine per designare il catalizzatore umano che favorisce la reazione visibile che è l’opera. Alchimista di karma?
Nella creazione artistica l’incontro dei dieci fattori della vita inerenti all’oggetto con i dieci fattori corrispondenti inerenti al creatore produce energia trasformativa che coinvolge tanto l’oggetto quanto il creatore e il fruitore. Si tratta di energia vitale proveniente dall’energia universale, che regola il ritmo dell’universo: la Legge di vita e morte. Questa energia permea ogni fenomeno della vita, quindi anche l’atto creativo. In esso si concentra la massima potenzialità dell’essere umano. Con “atto creativo” intendo non solamente l’unione di sperma maschile e ovulo femminile, ma anche qualsiasi atteggiamento trasformativo delle nostre vite che ci permette di superare i nostri limiti imposti dal piccolo io: la produzione di arte rientra a buon diritto in questa definizione. Trasformare il proprio karma in missione è creativo. Utilizzare la propria propensione alla collera per combattere l’ingiustizia è creativo. Usare la propria tendenza all’avidità per ottenere aiuti umanitari è creativo. Ognuno possiede – molto democraticamente invero - il potenziale di essere creativo nella propria vita.
Nonostante l’oggetto non possa agire autonomamente per cambiare il proprio karma (cioè modificare i fattori dal sesto al nono, quelli attivi nella produzione del karma), l’essere umano possiede questo potere intrinsecamente ed è in grado di trasformare non solo il proprio karma maanche tutti i fenomeni, perfino gli oggetti. L’oggetto, entrando a far parte del mondo dell’arte in virtù della decisione del creatore, ha istantaneamente trasformato il proprio karma e acquisito uno status più alto, si è già virtualmente emancipato solo per il cambiamento di contesto da oggetto comune a oggetto d’arte. Facendo un passo ulteriore sulla via dell’emancipazione - e dotando gli oggetto di caratteristiche “spirituali” quali la possibilità di alzarsi in piedi da soli nel caso delle forbici oppure la possibilità di “parlare” nel caso del termometro – si arriva a una certa dose di autoconsapevolezza da parte dell’oggetto stesso. Tale “Emancipazione Esistenziale” costituisce un passo verso la parità di condizione tra umano e oggetto e verso uno scambio di energia vitale tra esseri costituzionalmente diversi ma – dal punto di vista della realtà universale – uniti in una indissolubile simbiosi.
Cosa comporta la lettura dell’opera e del creatore dal punto di vista dei dieci fattori della vita? Osservare il funzionamento della vera entità di tutti i fenomeni nell’atto creativo fornisce una serie di parametri per stabilire da un punto di vista esistenziale il valore dell’opera stessa. Quando entra in gioco la potenzialità umana di trasformazione, ogni cosa diventa possibile: anche preannunciare la propria consapevolezza, ricreare la propria sofferenza prendendone le distanze e perfino irridendola, riducendo il proprio sforzo esistenziale a una serie di “scritturine” non più grandi di un francobollo…
Cosa si produce nel creatore durante l’atto creativo? Scrive Daisaku Ikeda (Buddismo e società n° 190 -settembre/ottobre 2018, pag. 12): “L’arte è un’espressione irrefrenabile dello spirito umano. In ognuna delle sue molteplici forme è impresso il simbolo della realtà ultima. Un’autentica opera d’arte è in sé «vita», nata dalla fusione dinamica tra il sé e l’universo. L’arte è per lo spirito ciò che è il nutrimento per il corpo; attraverso l’arte ci uniamo a un’entità trascendente, respiriamo al suo ritmo e assimiliamo l’energia necessaria per il nostro rinnovamento spirituale. Essa assolve anche alla funzione di purificazione della nostra interiorità al fine di elevarci spiritualmente, ciò che Aristotele definì «catarsi». (…) La forza integrante dell’arte agisce sugli esseri umani permettendo al finito di diventare infinito e allo specifico dell’esperienza contingente di assumere un significato universale. (…) Una vita creativa è sempre volta a trascendere il sé individuale e a superare i limiti di spazio e temponel perseguimento del sé universale. Apre nuove strade e tende all’autorinnovamento ogni giorno, sempre, in armonia con il ritmo originale dell’universo, generando così una trasformazione totale.”
Infondendo nell’oggetto le proprie emozioni, la propria spiritualità e ricerca esistenziale il creatore opera uno scambio di energie vitali a livello profondo tale per cui il proprio stato vitale viene innalzato. Si produce una vera e propria catarsi, vale a dire una purificazione dal vissutodi esperienze traumatizzanti o conflittuali ottenuta mediante il riaffiorare alla coscienza degli eventi responsabili, rimuovendoli dal subconscio. Si tratta quindi di un processo di consapevolezza e di “alleggerimento della retribuzione karmica” aiutato spesso dall’ironia presente nei titoli. Il senso di appagamento raggiunto a un certo punto del processo creativo è il segnale o indizio che l’opera d’arte è conclusa, che tutto si trova miracolosamente lì dove si deve trovare con assoluta coerenza e legittimità esistenziale, per così dire.
L’originalità dell’atto creativo consiste nell’abbandono del transitorio, vale a dire la visione comune, per aprire gli occhi (e farli aprire al fruitore) alla vera realtà dei fenomeni. Si tratta quindi di abbandonare la condizione transitoria di persona comune appesantita dal karma, dai desideri egoistici e dalle sofferenze e rivelare la vera identità dell’oggetto, mediante il raggiungimento di uno stato vitale di assoluta libertà, risvegliandosi al vero grande io, allo spirito più eccellente e nobile dell’essere umano. In questo senso la funzione delle forbici di tagliare, del termometro di segnare la temperatura, del sasso di stare inerte per terra sono funzioni transitorie; l’emancipazione di questi oggetti è originale. Aprire gli occhi e farli aprire: in questo consiste la mia missione di artista e di buddista, ampliare la visione comune delle cose e rivelare l’originale.
Il gioco che si instaura tra me e gli oggetti è un gioco esistenziale, di anime: aiuto l’oggetto ad elevarsi dal ruolo di oggetto inanimato (senza anima) a oggetto dotato di anima pronta ad assurgere ai nobili sentieri del mondo di umanità. Un Termologo che crea parole dotate di senso, una Danseuse Nubìle che volteggia leggiadra al ritmo delle membrane dell’armonica osservata (seppur da lontano) dai Voyeur, un Cronomisuratore che calcola la gravità di spirito non sono più oggetti inanimati e inerti: possiedono e trasmettono energia vitale; hanno compiuto la loro “rivoluzione umana” e ora non solo vivono di vita propria, ma sono in grado di innescare un movimento di anima nel creatore e un movimento mentale dell’osservatore. Tale è il funzionamento degli Oggetti Emancipati…
Le ferite e le umiliazioni che ho subito nella mia attuale esistenza sono ancora sanguinanti e cocenti come quando le ho ricevute. Non si sono affatto attutite o cancellate o guarite. Sono presenti sempre, in ogni momento, in ogni circostanza. Sono presenti potentemente anche nella mia arte. Sono talmente profonde, talmente annichilenti che fanno parte delle mie ossa, dello scheletro dei miei pensieri. Fanno parte del tessuto della mia anima. Sono me. Fare arte costituisce un balsamo proprio perché mi permette di uscire da me stessa, dal mio piccolo io ferito e dolorante, e di espandere la mia vita attraverso gli oggetti.
“Creatività, scrive Ikeda, è forzare la pesante porta d’ingresso della vita stessa per far fluire il nuovo dall’interno (Buddismo e società n° 190, settembre-ottobre 2018, pag. 4). Creare significa concretizzare il proprio pensiero, la propria visione, il proprio sogno. Tale movimento dall’interno all’esterno costituisce l’espressione artistica, il generare e rigenerare continuamente la propria vita dall’interno. La creatività per prosperare deve radicarsi nel suolo di una ricca spiritualità. La chiave della creatività si trova nell’approfondire la natura della vita e dell’umanità e nel liberare il potenziale inerente alla vita stessa. Far sgorgare la creatività dentro la vita è il lavoro di ciò che il Buddismo chiama «rivoluzione umana»”.
La creatività è la capacità di connettere idee e concetti lontani tra loro e creare combinazioni inedite di elementi già noti e immagazzinati nella nostra memoria. È un modo particolare di utilizzare il pensiero che rompe con i modelli esistenti introducendo qualcosa di inedito. La trasformazione di noi stessi e della nostra realtà, la nostra “rivoluzione umana”, ha inizio dall’atto creativo: lanciarsi nel vuoto, nell’inusuale, affidarsi all’ignoto. Il ruolo della creatività è quello di integrare, di rivelare l’intimo legame tra le cose. Questa apertura al nuovo, a cose che ancora non esistono, al progresso contraddistingue l’essere umano, che non si limita a salvaguardare la vita come gli altri animali, ma comprende l’ambizione di condurla a un livello qualitativo superiore ancora sconosciuto.
Marcel Duchamp, nel suo intervento alla Convention of the American Federation of Arts (Texas, 3-6 aprile 1957), sostiene che, considerando i due poli della creazione artistica (da una parte l’artista e dall’altra lo spettatore) “… l’artista agisce come un essere medianico che, dal labirinto al di là del tempo e dello spazio, cerca la sua strada verso uno spazio aperto.” L’intera serie delle decisioni che l’artista prende durante il processo creativo rimane secondo Duchamp nell’ambito dell’intuizione e pertanto non può essere riconducibile interamente alla coscienza. L’impossibilità dell’artista di esprimere in modo completo la propria intenzione, la condizione di parziale inconsapevolezza in cui si trova garantiscono una totale indipendenza a livello interpretativo perché lasciano un gap tra l’intenzione (parzialmente inconsapevole) dell’artista e la realizzazione dell’opera. Questo scarto, che Duchamp definisce “coefficiente d’arte”, fa sì che l’opera, una volta dichiarata conclusa dall’artista, diventi un autonomo oggetto di valutazione, interpretazione, critica – indipendentemente dalle considerazioni dell’artista stesso.
Compiendo un passo ulteriore, Duchamp afferma che l’opera la fa chi l’osserva, dando al fruitore un potere creativo pari a quello dell’autore stesso. L’opera conclusa diventa un “campo” con un insieme di dati che l’osservatore ha il potere e il compito di decifrare, riempire, connettere, elaborare. Sta quindi al fruitore - con tutte le potenzialità a sua disposizione - riempire il gap tra l’intenzione dell’artista e la realizzazione dell’opera con una reazione attiva e non una ricezione passiva. Tanto più il gap è esteso e il “coefficiente d’arte” elevato, quanto maggiore sarà lo sforzo richiesto allo spettatore. Tale è il grande potere contributivo dell’osservatore… un potere reattivo, se si vuole, ma tuttavia creativo – e soprattutto parte integrante dell’opera del creatore. Il “coefficiente d’arte” di cui parla Duchamp come differenza e scarto tra intenzione e realizzazione procede nel mio caso da un’intenzione “debole” (non volitiva e prevaricatrice) a una realizzazione che si evolve con ritmi a sé stanti. Non riesco a programmare o ad accettare una scadenza. Infatti, la differenza tra intenzione e realizzazione nel mio caso è abissale e l’osservatore è veramente chiamato a “fare” l’opera con piena libertà. L’opera che ho dichiarato conclusa si svincola da ogni legame con me e rimane un essere dotato di vita propria, aperto, ricettivo e allo stesso tempo provocatorio.
Il meccanismo soggettivo che produce quella che Duchamp chiama “arte allo stato grezzo” è nel mio caso il transfert con l’oggetto: la trasposizione del mio vissuto sul mondo degli oggetti. In realtà sono talmente poco consapevole delle mie intenzioni che non riesco a pianificare in anticipo le mie opere. Procedo lasciando che la mia percezione, il mio cuore e la mia mente siano i più aperti possibile per captare dalla mia vita e dal mondo che mi circonda gli stimoli per connettere, avvicinare, abbinare, comporre in un insieme “organico” parti in sé statiche e insenzienti, prive di anima. Mi sforzo di restare in una condizione senza intenzioni, senza volontà forte e lascio che le cose trovino il posto che compete loro quasi senza il mio intervento o con un intervento marginale, per così dire do loro soltanto un “aiutino” per realizzare la loro vera vita emancipata. La realizzazione mi coglie sempre di sorpresa, nulla è previsto in anticipo. Il mio percorso verso la realizzazione è simile a un percorso alchemico, dove la creazione va di pari passo con la mia trasformazione interiore. Si può dire quindi che l’atto creativo sia per me un percorso emotivo e psicologico di crescita.
Scrive lo storico dell’arte René Huyghe nel suo dialogo con Ikeda La nuit appelle l’aurore: “L’arte afferma se stessa solo quando aggiunge a ciò che è, e anche a ciò che è immaginabile. Grazie all’atto creativo l’arte introduce nella realtà un contributo nuovo, vergine, un tipo di ricchezza supplementare per la quale nulla sembra abbia preparato la strada. (…) L’arte esiste solo quando introduce nella realtà la ricerca, e il raggiungimento, di una qualità che è totalmente non-misurabile ma inevitabilmente vissuta nella reazione attiva provocata dello spettatore dal creatore.” E anche: “L’arte è una delle attività che superando la funzione dell’intelligenza permettono all’essere umano di raggiungere quella realtà alla quale egli solo può elevarsi, e che non possiamo definire in altro modo che vita spirituale. (…) Lo spirito è la più alta possibilità dell’essere umano di proiettarsi oltre il reale, oltre se stesso, e realizzare le sue potenzialità, le sue aspirazioni migliori (…), un accrescimento di valore. (…) L’intelligenza infatti può conoscere solo ciò che è possibile definire e misurare: la quantità.” Concordo con Huyghe quando sostiene che la qualità non trae origine dai fatti, e che l’arte è una delle più importanti attività spirituali che permettono di andare “oltre le cose”, oltre ciò che appartiene alla sfera del conoscibile, oltre ciò che scaturisce unicamente dall’intelligenza razionale.
L’intensità dello sguardo dell’artista gli consente di comprendere e percepire l’oggetto senza essere schiavo del suo aspetto esteriore. Secondo Huyghe vi sono tre tipi di realtà: da un lato c’è la realtà concreta, organizzata nello spazio, formata dalla materia e sottoposta all’osservazione dei nostri organi sensoriali; poi c’è la realtà interiore, che appartiene molto più al tempo che allo spazio perché non è collocabile in alcun luogo, è ovunque e in nessun luogo, è lo scorrere del tempo, la “durata interiore”, come la definisce Bergson. La questione fondamentale della vita umana risiede in questa intersezione, questa interferenza fra le due dimensioni. La nostra realtà si trova a esistere tra questi due mondi: pur immersa nel mondo materiale attraverso il corpo, si sviluppa nella “durata” tramite il progressivo affiorare della vita alla dimensione della coscienza. Ciò che definiamo “presente” è proprio questo punto di intersezione di tempo e spazio. Accanto a queste due realtà fondamentali tra cui è diviso, l’essere umano ha creato una terza realtà: l’arte. L’arte consiste nel fissare, nell’iscrivere nel mondo della materia e dello spazio i segni e la proiezione del mondo interiore, del mondo soggettivo.Con l’arte, quindi, si verifica all’improvviso una fusione tra questi due mondi, materializzata nell’opera d’arte.
L’opera d’arte secondo Huyghe è quindi formata esattamente da due parti: una componente fisica, il materiale, e un contenuto, l’interiorità, che essa lascia trasparire come lo sguardo può rivelare la nostra vita psichica. In questo modo diamo ad alcuni oggetti, che noi plasmiamo, il potere di manifestare la vita interiore che essi non posseggono, ma di cui li permea l’artista. È questo il miracolo compiuto dall’arte. Il valore dell’opera d’arte consiste nell’arricchimento per le altre persone, dovrà portarle a una maggior consapevolezza del mondo e di se stesse, a una consapevolezza più ricca ed elevata.
Il percorso della creazione artistica è quindi passare dal tempo allo spazio. Solo il passaggio dal tempo allo spazio, introducendo la qualità nel regno della quantità, cioè l’iscrizione in una forma, può rendere eterna la nostra esperienza. In questo modo l’arte introduce la qualità nel regno della quantità, nello spazio. Ma la qualità deriva unicamente dall’esperienza interiore: non la si può percepire se non realizzandola in se stessi, se non vivendola dentro di sé in modo creativo. È per questo motivo che alcune persone non potranno mai percepire la qualità di un’opera d’arte, o potranno farlo solo fino a un certo livello, fin dove giunge la loro esperienza individuale. Huyghe sostiene che per quanto riguarda l’arte non basta più riferirsi alle categorie di spazio e tempo, bisogna aggiungere un altro grado alla scala del valore: quello dell’accrescimento della qualità. Solo in questo modo si può comprendere la crescita progressiva che porta l’essere umano dalle sue basi fisiche, sensoriali fino all’esperienza spirituale. La qualità è un movimento in ascesa che proietta l’individuo su una scala di valori che, di gradino in gradino, tende verso l’infinito, verso il divino.
La caratteristica propria dell’arte è permettere la proiezione nell’opera di ciò che l’artista sente, della sua sensibilità più profonda; l’artista infonde nell’opera d’arte il suo travaglio; si affida alla sua opera per esteriorizzarlo, per prenderne coscienza. Così spesso l’opera d’arte è ricca di intuizioni premonitrici, ancora da liberare. Molte delle mie opere infatti prefigurano quell’emancipazione di me stessa che la mia vita presente da sempre possiede come missione e che sto realizzando a poco a poco, con grande sforzo e impegno.