L’opera è composta dai rimasugli della scatola di matite dello Studio Nizzoli, mozziconi che avevo utilizzati per colorare le tavole dei concorsi e dei committenti, per rendere ammiccanti planimetrie, prospettive, assonometrie. Quando lo studio è stato smantellato mi dispiaceva che tutti i ricordi, le fatiche, le aspettative legate a questi pastelli colorati andassero perdute per sempre. Pertanto, ho accordato loro il permesso di ritornare da dove sono venuti, all’albero originario per così dire. Lo stato vitale predominante in quella circostanza era il rispetto per questi piccoli strumenti allegri e variegati e per il lavoro che avevano svolto durante la loro breve esistenza di strumenti. Ho appeso i mozziconi verticalmente a un ramo orizzontale: un ritorno al grembo materno simbolico, dal legno al legno. Tuttavia, la fusione tra ramo e matite non avviene per via della distanza a cui queste ultime sono appese: un altro caso di impossibilità esistenziale, di aspirazione all’unione che risulta inattuabile (così come per i “voyeurs” è impossibile avvicinarsi alla “danseuse nubile” oppure per le parole di “A deep O” comunicare un significato)). I residui dei pastelli hanno tuttavia trovato una nuova vita in questa sinfonia di colori ready-made (che io non ho deciso o fabbricato): una vita ricca di storia e di emozioni. Ciascun pastello è il portatore non solo di un colore individuale preciso, ma anche di un’anima dotata di ricordi e di aspirazioni. Il risultato è una matita con una tripla personalità: quella del colore “nativo”, quella acquisita dal lavoro umano che con quella matita è stato eseguito e infine quella assunta nel contesto dell’opera: ricca, variegata, pulsante, desiderante. Le cause e condizioni che hanno portato alla creazione dell’opera risalgono in ultima analisi all’empatia e alla compassione che provavo nei confronti dei mozziconi, residui di vite degne di rispetto e di attenzione. Il fatto di aver compiuto un salvataggio dalla discarica a cui i pastelli erano destinati mi ha reso unica responsabile della vita delle matite. Ho scelto di donare loro una nuova esistenza, espressiva e suggestiva. Il contenuto dell’opera è la ricerca della vera identità dell’oggetto matita, ormai stanco e alla fine della sua esistenza lavorativa in quanto strumento ma ancora in grado di esprimere energia vitale e ricchezza emotiva. Il transitorio dell’opera sono gli oggetti (pastelli e ramo): l’opera non perderebbe la sua originalità se essi fossero diversi di dimensioni, colore, aspetto. L’originale consiste infatti nell’energia vitale contenuta nel campo dell’opera stessa, non delle sue particolarità semantiche contingenti. All’interno della mia vita l’opera si situa in una posizione profondamente buddista, in quanto è una manifestazione del principio per cui ogni vita è eterna, nulla si crea e nulla si distrugge in un ciclo infinito di rinascite. Ogni vita, per quanto vecchia, imperfetta e ridotta nelle sue funzioni, è pur sempre vita e come tale è degna della massima considerazione. Inoltre, la trasformazione del veleno in medicina qui attuata (dall’annullamento di identità rappresentato dalla possibile discarica a oggetto d’arte) è un tipico esempio di “rivoluzione umana” che può riferirsi anche agli oggetti.

