SCRITTURINE (cm. 97x97 - 2013)

Avevo acquistato un quadro di un artista cinese, d’impulso e senza domandarmi cosa mi attirasse in esso. In seguito, ho seguito l’istinto di smantellarlo, mantenendone però intatto lo sfondo grigio scuro nella parte superiore e dorato in quella inferiore. La parte superiore era composta da rettangoli di materiale plastico lavorato. Rimuovendoli sono rimaste le tracce della colla chiara con la quale erano attaccati al supporto. Ho deciso di accettare queste tracce in quanto forme casuali di cui neanche l’autore era consapevole, e ho ricalcato tali forme nel ritagliare fotografie di famiglia e di esseri per me significativi nel passato e nel presente. Ho applicato i ritagli esattamente sulle tracce di colla, lasciandone alcune vuote a rappresentare i legami futuri, ancora inconoscibili. Ho collegato le forme mediante sottili fili di foglia d’oro, a simboleggiare le relazioni infinite ed eterne di cui parla il Buddismo: la rete di Indra (rete che rappresenta la connessione di tutte le cose dell’intero universo; la metafora ricorda che ogni persona è parte di connessioni, più o meno visibili, e che le azioni di ciascuno ne influenzano l’intera e complessa struttura). Dalla parte inferiore ho staccato invece i 200 quadratini di legno scuro contenenti ideogrammi che erano stati posizionati a distanza regolare. Ho utilizzato i quadratini per creare uno schema ritmico regolare su una parete di casa. Al posto dei quadratini, nella parte inferiore del supporto ho incollato 200 rettangolini di carta, ciascuno dei quali è la riduzione all’ennesima potenza di una pagina significativa del mio diario. Mi divertiva l’idea che la scrittura che avevo utilizzato per dare forma al mio percorso spirituale fosse ora illeggibile, irriconoscibile, che avesse ottenuto una nuova prospettiva e un nuovo look. Da vicino un buon osservatore può ancora intuire che si tratta di scrittura, ma il suo significato resta inconoscibile. Anche i quadratini sono collegati con sottili fili di foglia metallica, questa volta d’argento. Ho vissuto questa opera, sia durante la lavorazione che a oggetto terminato, come intensamente spirituale. Rappresenta il mio percorso di vita individuale e le relazioni con cui è connesso. È stato liberatorio e divertente assistere alla riduzione di tutte le mie sofferenze, analisi, sfoghi a rettangolini non più grandi di cm. 1x1,5…Applicavo le “scritturine” al supporto con grandi risate. Le cause e condizioni che hanno portato alla produzione dell’opera sono da una parte i quadernoni in cui prende forma il mio percorso spirituale, la mia anima, e dall’altra il senso di eternità della vita che ho acquisito attraverso il Buddismo, per cui la mia vita è il prodotto delle cause che ho posto nel passato e contemporaneamente il germoglio degli effetti che si succederanno in futuro. In questa prospettiva ho voluto rendere vive nel momento presente le interconnessioni o relazioni che la mia vita ha intessuto, intesse e intesserà. Nel 2013 avevo già raggiunto una tale consapevolezza del mio vissuto personale da poter essere incanalata in un’opera in cui riconosco pienamente il mio percorso spirituale da bambina negata ed emotivamente violentata a donna indipendente e forte. L’emancipazione che dalla giovinezza avevo proiettato negli oggetti ora si stava verificando nella mia vita personale. Ciò che vi è di transitorio nell’opera è il quadro dell’artista cinese che, dopo debita manipolazione (o meglio dopo il processo di eliminazione del superfluo effettuata sottraendo tutti gli oggetti che ne facevano parte), è diventato il campo entro cui far agire le immagini portatrici di significato nella mia vita. Tali immagini (fotografie e riduzioni) rappresentano la parte originale dell’opera, il suo valore assoluto. Il fatto che abbia sentito il bisogno di stabilire in un’opera lo stato esistenziale della mia anima è di per sé una manifestazione di autoguarigione, un raggiungimento spirituale di grande portata e consapevolezza. Che questo quadro non abbia alcun intendimento estetico, come gran parte delle mie opere, rappresenta inoltre una grande liberazione da tutto ciò che concerne il gusto, il bello e il piacere retinico di cui parla Duchamp.