“DA QUANDO I GENERALI NON MUOIONO PIU’ A CAVALLO I PITTORI NON SONO OBBLIGATI A MORIRE AL CAVALLETTO” (Marcel Duchamp) (cm. 26x36- 1991)

Desiderando “emancipare” la totalità degli oggetti che caratterizzano il mestiere del pittore (tavolozza, pennello, colori, tela, cavalletto), dopo aver impiegato la tela in “Nature” e i tubetti di colore nei tre “Voyeurs” ho utilizzato la tavolozza che avevo usato durante gli studi in accademia dandole una nuova occasione. Ne ho annerito tutte le parti, compresi gli strati irregolari di colore ad olio che vi erano stati stesi, negando in qualche modo la vita a quei colori di cui si indovina la presenza per via delle disuguaglianze sulla superficie del supporto. Un pennello, anch’esso annerito, si trova preso in una tagliola da uccellini situata in corrispondenza del foro della tavolozza, come a dire che l’utilizzo dei colori soggettivi (non nativi agli oggetti) costituisce una trappola, che le scelte dell’artista tanto più risultano soggettive e gratuite, quanto più costituiscono un inganno, un rifiuto di presa di responsabilità da parte dell’artista rispetto all’atto creativo in senso puro, ampio, alto. È facile “forzare” la nostra scelta su un oggetto, più difficile rispettarlo fino in fondo e lasciare il proprio piccolo io al di fuori dell’atto creativo. Nel mio fare arte cerco di rispettare gli oggetti, di intervenire meno possibile sulle decisioni, sulle scelte in modo soggettivo e gratuito. Per questo accetto sia il caso che i colori nativi. Il tentativo è quello di elevare l’oggetto sul piano spirituale. “Da quando i generali…” sul piano spirituale è l’affermazione del rifiuto della soggettività e del tocco personale dell’artista come criterio valido per la creazione. La soggettività non è che una trappola che incastra il piccolo io e impedisce al grande io di governare l’atto creativo. In definitiva la soggettività allontana da ciò che Duchamp definiva “coefficiente d’arte”, cioè “il meccanismo soggettivo che produce un’opera d’arte allo stato grezzo, per quanto cattiva, buona o indifferente essa possa essere”. Tale rinuncia a far entrare ciò che è arbitrario nelle decisioni che comportano l’atto creativo, se da una parte decurta l’opera dalle “imposizioni” estetiche, sentimentali, caratteriali a cui grande parte della storia dell’arte moderna ci ha abituato, dall’altra pone la figura dell’artista come freddo testimone della trasformazione di un oggetto in un portatore di significato “altro”.Il creatore allora può lasciare libero l’oggetto di rinascere come una fenice dalle proprie ceneri intervenendo solo in modo “secco” e marginale. Le cause e condizioni che hanno portato a questa opera si riassumono nel rifiuto della pittura “retinica” tanto disprezzata da Duchamp. L’intento dell’oggetto non è infatti quello di piacere o di compiacere, ma quello di ispirare il pensiero e lo spirito. Alla base dell’opera vi è la sfiducia nella capacità della pittura di esprimere compiutamente la realtà fisica o di interpretarla in modo soddisfacente. D’altro canto, l’opera proclama l’indipendenza del fare arte dai vincoli della verosimiglianza e da quelli della soggettività. Ciò che vi è di transitorio sono la forma e le dimensioni della tavolozza e del pennello, oppure delle tracce di colore. Ciò che vi è di originale è da una parte la concreta e pura realtà di tavolozza e pennello avulsi dalla materia di cui sono formati, resi anonimi dal colore nero di cui sono coperti. Dall’altra l’energia sprigionata dall’interazione degli elementi che formano l’opera, che mette in moto una serie di possibilità e rende viva l’opera stessa. La mia tendenza ad annullare il colore nativo degli oggetti per renderli “assoluti” deriva profondamente dall’annullamento emotivo che ho subito in famiglia. Annullare le mie sensazioni, non legittimarle perché esse non venivano considerate dai genitori è stata un’operazione che ho svolto sistematicamente per decenni su me stessa. Non ascoltare le mie sensazioni era il metodo che avevo scelto per non patire la realtà devastante che stavo vivendo interiormente. Anche gli oggetti hanno subìto spesso il medesimo trattamento di annullamento. Inoltre, annerire (o imbiancare) mi serviva per cancellare la storia pregressa dell’oggetto, la sua vita passata per così dire. In questo modo diventava possibile liberare una nuova vita.