OMETTO INDECISO (cm.55X22 - 1987)

Mi divertiva l’idea che un appendiabiti venisse comunemente chiamato “ometto”, mettendo in relazione intimail mondooggettuale e il mondo umano. Aggiungendo altri ganci all’appendiabiti ho ottenuto un “ometto indeciso”, dotato di svariate possibilità di sospensione. Ho offerto al povero ometto (poverino perché la definizione di “ometto” presuppone che sia piccolo sia in senso fisico che in senso morale e spirituale) delle opportunità di scelta che prima non possedeva, mettendolo però in una situazione di costante dubbio amletico riguardo a quale gancio utilizzare. Gli ho in qualche modo aperto una via, seppure piena di dubbi e di possibilità… In origineavevo pensato di capovolgere l’ometto in modo da utilizzare i ganci posti inferiormente come portachiavi da parete; in seguito ho preferito togliere ogni funzione pratica all’oggetto per lasciarlo libero di esistere nelle sue esistenziali perplessità. Le indecisioniche hanno trovato concretizzazione nell’ometto rispecchianoin verità quelle che dilaniavano la mia anima all’epoca: ero un essere umano dalle mille possibilità che non riusciva a incanalare le proprie energie in una direzione, continuamente trascinato da una parte e dall’altra in balìa degli eventi.All’epoca della creazione dell’oggetto anche la mia esistenza era piena di dubbi ed esitazioni, non sapevo cosa fare della mia vita e continuavo a passare da un’esperienza senza senso all’altra. Si può dire che ho proiettato inconsapevolmente nell’appendiabiti il mio stato vitale corrente, diventando cosciente molto più tardi della mia mancanza di un centro di gravità, della mia debolezza e insicurezza. L’indecisione dell’ometto ha in realtà precorso di anni la consapevolezza della mia condizione esistenziale. Il contenuto dell’opera è non solo personale, ma può essere letto anche come una constatazione generale di come l’umano maschile sia molte volte – a discapito del proprio ruolo dominante - esitante e dubbioso (implicando che il femminile si dimostri più risoluto e determinato). Anche qui, come in “Metalli emancipati”, si tratta di un oggetto di uso comune che viene spiazzato dalla logica della sua funzione e a cui viene regalata una nuova esistenza, un nuovo significato. Ciò che vi è di transitorio nell’opera è la forma dell’appendiabiti, la cui sembianza ha importanza relativa ai fini del significato esistenziale dell’oggetto. Ciò che vi è invece di originale è il mutamento di prospettiva che avviene: dopo la trasformazione dell’appendiabiti in un piccolo uomo dotato di dubbi risulta difficile ritornare alla visione precedente di un oggetto inanimato la cui esistenza è confinata a un armadio. In fondo la vera vita di un appendiabiti è quella di un essere insicuro, tentennante nel suo intimo. Tale è la sua natura originale.