A-DEEP-O (cm. 15x50 - 1989)

Si tratta di un libro di cm. 15x23, appositamente scelto in libreria per la sua caratteristica di essere stampato solo sul fronte di ciascuna pagina. Mi divertiva considerare che l’autore si è preso la briga di pensare, scrivere, pubblicare quel testo con l’intento di comunicare, mettendo le parole in una determinata sequenza perché fossero dotate di un senso preciso, mentre io ho separato le parole dal loro supporto originario. Ho ritagliato, una per una, tutte le parole del libro, lasciando i rettangolini vuoti nella pagina, a testimoniare la loro assenza. Il libro ha così acquisito un nuovo look: svuotato, rimane materialmente pieno dei vuoti delle parole. Ho appeso il libro al soffitto in modo che possa liberamente basculare, e al libro ho appeso un contenitore di vetro contenente alla rinfusa tutte le parole che avevo staccato. Le parole che prima avevano un certo significato ora si trovano mescolate nel contenitore, prive di connessioni logiche, avulse dal senso originale, private delle relazioni e dell’ordine che qualcuno aveva loro imposto precedentemente, tuttavia pur sempre presenti. Libro e parole restano legati tra loro dal cordone ombelicale di un esile filo trasparente (il pensiero) e nello stesso tempo la letteratura acquisisce un aspetto “fisico” che prima non possedeva. Il titolo, che in inglese indica un profondo cerchio, un profondo zero, una profonda “O”, rimanda alla circolarità dell’operazione compiuta: l’annullamento/creazione del senso. È anche omofono di “Edipo”, il risolutore dell’enigma della sfinge, colui che ha trovato il significato nascosto nel quesito. In questa accezione il libro ha perduto da una parte il suo senso, ma ne ha acquisito uno novello. Da un punto di vista emotivo, questa opera manifesta uno stato di profonda perdita d’identità da parte dell’autrice: qualcun altro aveva pensato il testo originale e io ne ho annullato completamente il significato. D’altra parte, vi è anche una altrettanto profonda acquisizione di identità: l’oggetto alla fine ha trovato un nuovo senso. La ricerca di una mia individualità dopo l’annullamento della personalità effettuato dalla mia famiglia mi ha portato prima a cancellare ogni valore acquisito dall’educazione e dalle esperienze ricevute e poi a costruire nuovi valori strettamente personali da un lato e con una prospettiva ampia, universale dall’altro. Le cause e condizioni che hanno portato alla creazione dell’opera sono l’amore per l’oggetto libro e per le parole da una parte e la perdita di identità associata al vissuto familiare dall’altra, unita a una sfiducia nella capacità della parola di “significare” in senso assoluto. Il contenuto dell’opera sono le parole, in questo caso le parole scritte nero su bianco a sancire una verità immutabile e universale. Dopo gli studi classici, linguistici e accademici sempre più sentivo che tutto ciò che era stato detto e fatto - specialmente nel mondo dell’arte - era in qualche modo limitante. Nessuna delle strade perseguite dai pittori che avevo incontrato mi pareva perseguibile e interessante tranne quella – di ampio respiro - aperta da Duchamp. Ho quindi fatto entrare la mia vita intima (la mia “malattia” si può dire) nell’opera e a sua volta l’oggetto libro nella mia vita emotiva. Ciò che vi è di transitorio nell’opera è la parola, che viene annullata nel suo potere di significare nel contesto con altre parole. Ciò che vi è di originale è invece il potere fisico, concreto che viene donato alla parola sia in relazione all’assenza nel caso della pagina con i rettangoli vuoti, sia anche in relazione alla potenzialità illimitata presente nella mescolanza casuale delle parole all’interno del contenitore di vetro. Questa opera sanziona definitivamente il mio distacco dal logos. Per anni sono stata bombardata da parolone e intellettualismi che mi hanno fatta sentire inferiore, incapace, culturalmente stupida e non all’altezza. Credevo di non essere in grado di pensare correttamente, specialmente nei quotidiani confronti con il mio fidanzato dell’epoca, intellettuale e molto razionale. Con “A deep O” affermo che la parola della quale avevo grande soggezione in fondo non è che una mancanza (della cosa reale) e una fisicità che nulla ha a che fare con l’intelletto se non per vie traverse, ironiche e leggere.