Scrivere intorno alle mie opere mi ha dato consapevolezza del mio percorso di vita. Dare una rilettura delle mie “cose” mi ha fatto vedere in profondità il loro significato nel mio esistere. Anche se al tempo in cui ho realizzato un’opera non ero consapevole che essa era frutto della mia sofferenza in famiglia, ora osservo con chiarezza l’entità del disagio che l’ambiente familiare ha prodotto in me, nonché l’enorme sforzo esistenziale da parte mia per emergere da quel mare di sofferenza. Questo sforzo immane è manifesto in ogni opera, con più o meno leggerezza e più o meno consapevolezza. Che la sofferenza abbia costituito il trampolino di lancio per le mie opere non mi stupisce più. Poiché il mio fare arte è diretta emanazione delle mie emozioni profonde, esso costituisce da una parte un modo per vivere in maniera indiretta quelle emozioni per me troppo potenti e negative da affrontare in modo consapevole, dall’altra è stato l’ancora di salvezza per non chiudere i rapporti con l’intero mondo e mantenere una minima apertura alla vita anche quando le relazioni umane erano disastrose e devastanti. Fare arte – e con “fare arte” includo tanto il creatore che il fruitore - è una grande speranza per l’umanità. È una splendida occasione per trasformare la chiusura in apertura, l’incomprensione in consapevolezza, il veleno in medicina e il karma in missione.