Si tratta di una piastrella quadrata di specchio sulla quale, attraverso una laboriosa procedura che ha comportato anche tecniche di acquaforte per toglierne in parte l’argentatura, ho impresso l’impronta del mio piede sinistro. La tecnica che ho utilizzato è stata la parte più divertente e sperimentale dell’intera operazione. L’opera ha costituito la preparazione per una Via Crucis realizzata utilizzando la medesima tecnica - sempre nel 1993 - nella cappella di Cava di Melis, in Sila. Divertente è anche la scelta di portare nel mondo dell’arte l’impronta di un piede: le mani, da sempre il simbolo dell’artefice (del fare arte), vengono qui sostituite da un piede, l’appendice che sostiene l’essere umano e ne consente la mobilità. L’accento si sposta dal fare all’essere, dal manufatto al calpestato. Non è più la mano a fare ma il piede ad affermare. In questa impronta (la frase di Eraclito esplicita ed evoca) si può trovare l’intero universo. Le cause e condizioni che hanno portato alla creazione dell’opera sono lo spirito di ricerca e il desiderio di sperimentare nuove tecniche al di là del mondo conosciuto. La posizione da cui sono partita interiormente è in realtà profondamente “ribelle”: il rifiuto di qualsiasi modello. Lo specchio - materiale riflettente, duro e fragile allo stesso tempo – si prestava a costituire una base interessante su cui lavorare. La sfida era duplice: da una parte ottenere un’impronta che fosse preziosa e in cui l’immaginazione si potesse “perdere”, dall’altra riuscire a togliere l’argentatura in talune parti. Come l’alchimia mette l’accento sul processo di trasformazione interiore per ottenere la trasmutazione fisica del metallo in oro, così nel fare arte è stata la tecnica in questo caso ad assumere un ruolo centrale e creativo. Il procedimento utilizzato è stato complesso e indiretto. Quello che ho ottenuto alla fine è stata una essenza. Il contenuto dell’opera è la meraviglia di fronte a qualcosa di conosciuto che diventa infinitamente sconosciuto, l’immersione in un mondo che oscilla tra microcosmo e macrocosmo. Ciò che vi è di originale nell’opera sono da una parte il soggetto scelto (che si contrappone all’impronta delle mani delle grotte preistoriche), dall’altra la tecnica utilizzata. All’interno della mia vita questo lavoro che non si può definire quadro né scultura si colloca da un lato come sperimentazione, dall’altro come operazione in bilico tra due mondi: quello del sole (mondo alto, etereo, arioso, luminoso, libero) e quello del piede (mondo basso, carnale, chiuso, oscuro, costretto). Questi due mondi rispecchiano la mia condizione personale da un lato schiacciata dalla sofferenza, dall’altro tendente alla libertà e all’emancipazione. Da cosa nasce il mio desiderio di non accontentarmi di ciò che ho a disposizione, di sperimentare? Credo che il rifiuto dei modelli parentali, cioè la decisione profonda di non essere come i membri della mia famiglia d’origine, di contestare i valori su cui hanno basato le proprie vite mi abbia messo in una posizione “sovversiva”, posizione in cui mi sono trovata a mettermi in gioco seriamente con tutte le mie capacità. Per me la sperimentazione (il regalarmi esperienze) è diventata fondamentale. Non accettare a priori mi spinge a cercare altrove, a buttarmi nello sconosciuto e nell’incerto piuttosto che accontentarmi del conosciuto e del certo. Nel mio passato ho fatto proprio questo tipo di scelta quando ho deciso di osservarmi interiormente, di non dare nulla per scontato, di mettermi sempre in gioco. Restare un anno da sola in montagna a quindici anni, andare a vivere e studiare a Londra a diciotto anni, lasciare il mio partner dopo 17 anni di convivenza, iscrivermi a un’università inglese in inglese a più di quarant’anni, rifiutare la strada che mio padre aveva scelto per me, iniziare a lavorare come meccanica di automobili a quasi cinquant’anni sono scelte “sovversive”. Hanno richiesto una buona dose di coraggio, iniziativa, energia.




