Per il mio autoritratto a mezzo busto del 2000 ho scelto di rappresentare la testa con un vecchio sellino di bici arrugginito poggiato su un radiatore metallico che ne costituisce il busto. Della testa le caratteristiche salienti sono le spirali che si protendono superiormente a mo’ di capelli(che caratterizzano il volto come tracce delle circonvoluzioni dei pensieri, della tensione verso l’alto della natura umana), e quelle che costituiscono il viso (un viso “elastico” che segnala la potenzialità della forma di adattarsi e assumere altre forme). All’epoca ero molto introversa, chiusa nei miei pensieri e nelle mie sensazioni; non riuscivo a governare le mie emozioni, che mi riempivano totalmente il cuore e la mente: ero governata da esse. Ero un essere alieno e intoccabile, sensibilissimo e barricato nel proprio debole io. Questo ritratto rappresenta la Valentina di quegli anni, che non possiede un’identità precisa o un io forte, che non cerca nemmeno il proprio posto nel mondo perché la sua estrema volontà è quella di non esistere. Rifiutavo me stessa, negavo la vita intorno a me, mi autodistruggevo con la droga, il fumo, l’alcool. A differenza del ritratto che ho creato undici anni dopo (il Me-tot), qui non vi è alcun colore sovrapposto ma solo colori nativi, non vi sono radici a terra: nonostante la sua pesantezza fisica si tratta di un ritratto trasparente e volatile per così dire… Pur trattandosi di materiale estremamente “forte” come il metallo, in realtà la composizione indica una costituzione debole e dispersiva. Le cause e condizioni che hanno portato alla creazione dell’opera sono la ricerca di un equilibrio tra gli oggetti all’esterno e il magma dentro me stessa, equilibrio alquanto instabile nella mia realtà interiore, in balia totale degli eventi a quell’epoca. Le mie meditazioni in solitudine dopo aver lasciato il fidanzato di allora erano ancora tali da scalfire solo la superficie delle mie emozioni e da rendermi particolarmente vulnerabile e confusa. Ciononostante, vi era una grande determinazione ad andare avanti nel mio percorso di scoperta e accettazione di me stessa. Tale determinazione e forza interiore emergono nella scelta di materiali “forti”, duraturi, che possiedono un proprio peso e una propria individualità. Il contenuto dell’opera è la ricerca di un mio posto nel mondo. Dopo avere cercato con tutte le mie forze di piacere agli altri e di compiacerli per ottenere l’affetto e l’approvazione che mi erano stati negati da bambina, era giunto il momento di rivedere il mio atteggiamento dipendente e di esistere così come ero, senza compromessi. Questa opera funziona per me come un termometro emotivo: mostra lo stato del mio percorso interiore. Ciò che vi è di transitorio nell’opera è la scelta dei metalli: ho accolto il materiale che risuonava dentro di me in quel momento e l’ho assemblato in modo che si confacesse al mio sentire. Ciò che invece vi è di originale è l’affermazione del mio posto unico e irripetibile nel mondo, senza alcuna volontà di conquistare approvazione o autorizzazione dagli altri. Si tratta di una messa a nudo radicale della mia vita così com’è. Questa opera è un tentativo di scrollarmi di dosso gli atteggiamenti e i limiti passati per presentare una nuova immagine di me, un’immagine a ruota libera e senza giudicare il risultato. Mi riconosco in essa come in un fotogramma di tanti anni fa, anni in cui tanti eventi si sono succeduti a stratificare la realtà emotiva e a trasformare dall’interno la persona, troppi per poter identificarsi completamente nella fotografia. Eppure, l’immagine è mia, non posso disconoscerla: fa parte del mio vissuto e come tale la ospito nel mio universo.

