NATURES (cm.50x83 - 1986)

“Nature” rappresenta il mio elaborato per il diploma di pittura all’accademia. Durante la prova d’esame (il cui tema era “Natura e Artificio”) mi è stata fornita una tela intelaiata, che ho subito destrutturato, separando per prima cosa la tela dal telaio e verniciando il telaio di nero per “annullarne” la personalità. Il telaio vuoto è diventato il supporto per alcuni oggetti – tre galleggianti da pesca, una vecchia ruota da macchina da cucire, una forbice e un oggetto munito di mirino, lente di rimpicciolimento e specchio inclinato a scomparsa, tutti oggetti dotati di un passato a me ignoto perché trovati nei mercatini dell’usato e a cui ho regalato una nuova esistenza. Al lato superiore destro del telaio è attaccata la ruota, anch’essa “annullata” dal non-colore nero, alla quale è appeso un filo, pure nero. La ruota di cui è dotato il telaio rappresenta la meccanica, cioè l’atavico tentativo di risolvere un gioco di forze molto sfavorevole all’uomo e molto favorevole alla natura. Al termine del filo è attaccata una forbice giapponese metallica a cui ho aperto i grandi manici, annullandone di fatto la funzione; così appesa sembra sia munita di un paio di ali e – vista attraverso il piccolo specchio posizionato sul lato inferiore del telaio direttamente sotto alla forbice – pare librarsi in aria con leggerezza e leggiadria nonostante il peso del metallo che la compone. Lo specchio ad apertura obliqua è posizionato all’altezza dell’occhio dell’osservatore e riflette la forbice, tuttavia con le differenze proprie della macchina dissimilatrice dello specchio: l’alto diventa il basso, l’altezza diventa profondità. Anche il movimento circolare della ruota viene trasformato in movimento di scorrimento verticale della forbice, invertendo la direzione delle forze in gioco. Inferiormente alla parte superiore sinistra del telaio sono applicati i tre galleggianti, ciascuno portatore di un colore primario (massima riduzione e astrazione di tutti i colori possibili), unica parte colorata dell’opera. Sulla tela che avevo separata dal telaio ho disegnato l’ombra portata dall’oggetto creato. Ho applicato la tela a parete in corrispondenza del telaio e dietro di esso, mentre l’oggetto è appeso al soffitto a una certa distanza dalla parete, così da formare a sua volta un’altra ombra sulla tela:la distanza tra telaio e la sua ombra riportata sulla tela a muro si traduce in ombra vera. L’ombra vera e l’ombra dipinta interagiscono sulla superficie della tela, così come l’oggetto stesso: tre realtà differenti, di diversa consistenza e natura, si trovano nello stesso spazio energetico. La mia intenzione mentre procedevo ad assemblare l’opera era quella di invalidare una concezione unitaria di natura come opposta all’artificio o come idilliaca controparte della città. Intendevo “emancipare” la tela dalla sua funzione meramente pittorica e presentare invece la sua scomposizione in un “campo” in cui vari elementi interagiscono tra loro: lo specchio come duplicazione del reale, i colori primari come riduzione ultima della natura, il cerchio della ruota come movimento ripetitivo e onanistico, la forbice come strumento in cui la funzione di taglio viene trasformata in motivo aereo. Di “naturale” nell’opera c’è ben poco, se si escludono i “colori nativi” della forbice, dei galleggianti e dello specchio. Con ciò si voleva affermare che la natura in quanto unica e univoca non esiste nell’arte: esiste la sua rappresentazione (l’immagine riflessa nello specchio), la sua riduzione (i colori primari), l’analisi onanistica dei suoi componenti (la ruota), le ombre portate e disegnate sulla tela che era originalmente parte integrante del telaio. Perciò ho intitolato l’opera “Nature” a sottolineare la pluralità dei punti di vista. Come dice il Buddismo, l’acqua di un fiume può essere vista in tanti modi a seconda dallo stato vitale di chi la osserva: come beneficio da chi è assetato, come disastro nel caso di un’inondazione, come vita per i pesci, come cibo degli dei per i budda; l’acqua è in ogni caso la stessa, cambiano i punti di vista… È peculiare che all’esame di diploma di pittura io non mi sia presentata con pennello e colori, ma con uno scatolone pieno di oggetti di svariata natura. In realtà non ho svolto il mio lavoro di pittrice se non marginalmente, riportando a matita l’ombra dell’oggetto sulla tela. Quello che mi interessava non era “riprodurre” la realtà, per quanto ridotta alle sue essenze o analizzata in vari aspetti, bensì “produrre” una realtà originale, diversa dal consueto, che inducesse il fruitore a pensare. Il contenuto della composizione (la decostruzione della tela, la presenza di oggetti tolti dalla propria funzione ordinaria e composti secondo una logica “diversa”) è complesso rispetto alle opere precedenti. La ruota da macchina da cucire accenna al movimento onanistico della mente che ruota su se stessa alla ricerca di significati. La forbice appesa suggerisce una realtà “altra” rispetto all’idea comune dell’oggetto. Lo specchio e il mirino rammentano che è difficile ridurre la realtà a un unico significato e che a volte la realtà si può capovolgere. I galleggianti costituiscono la bandiera del pittore: ricordano che ogni possibile sfumatura può essere ricondotta a tre colori fondamentali. Ciò che vi è di transitorio nell’opera è il suo essere “casuale” – le dimensioni e la fattura della tela sono quelle proposte da un agente diverso da me; gli oggetti scelti per entrare a far parte della composizione sono oggetti trovati ready-made; le ombre sono solo un esempio di infinite possibili ombre. Ciò che invece vi è di originale è la serie di scelte che ho compiuto per arrivare a dichiarare l’opera compiuta. Si tratta di scelte dettate non tanto dalla razionalità o da uno stato d’animo quanto da una sintonia con gli oggetti, dall’energia che essi emanano all’interno dell’opera stessa. Non mi sono permessa di compiere scelte “soggettive” come dipingere di un colore qualsiasi tela, telaio o oggetti: ho semplicemente cancellato il colore nativo di alcuni oggetti per annullarne il significato usuale. Questo “distanziarmi” dalle scelte soggettive nell’atto creativo è in funzione dell’integrità della vita degli oggetti stessi che compongono l’opera. “Nature” tratta di una dichiarazione fondamentale per la mia vita: il mestiere di pittore non è relegato e confinato alla tela e al pennello ma coinvolge l’intera complessità dell’esistere dell’essere umano: la sua percezione energetica, le sue suggestioni, le sue aspirazioni, la sua purezza e nobiltà. Nel corso del tempo ho portato avanti questa convinzione “emancipando” volta a volta tutti gli altri oggetti caratteristici del pittore: tavolozza, cavalletto, pennello, tubetti di colore…